The Italian Wife

London explained by a very Italian villager adopted by a very multiethnic family

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I nonni che amano via Skype e ci aspettano negli aeroporti

May 31, 2016 by Daria Simeone

Yingmei Duan ha 10 anni più di me, è cinese e ha scelto di fare l'artista perché era uno dei pochi lavori che le avrebbe consentito di NON parlare con la gente. Quindi diciamo che io - che finisco (controvoglia)  a parlare con chiunque si sieda accanto a me in treno, aereo, metropolitana, bus e fermata del bus - ho veramente poco a che vedere con Yingmei.

Del resto noi due non ci conosciamo proprio, ci siamo incontrate solo una volta alla Hayward Gallery, 4 anni fa. Io da qualche mese mi ero trasferita da Milano a Londra. Lei performava la sua arte accovacciata su un tronco, in una stanza trasformata in bosco a cui si accedeva da una porta piccola come quella del Paese delle Meraviglie. Mi sono un po' cagata sotto dell'effetto tra The Ring e Twin Peaks di questa piccola cinese raggomitolata nei suoi capelli neri e, bestemmiando tra me e me contro il mio amico che mi aveva convinto ad entrare carponi per quella porta nana, ho fatto per girarmi e scappare quando Yingmei si è alzata e ha iniziato a camminare verso di me. Non mi ha detto nulla, mi ha dato un bigliettino piegato in 4. 

"Una mia amica coreana viveva a sole 3 ore di macchina dai suoi genitori. Da un anno diceva che voleva andare a trovarli, ma non ci riusciva mai. Per una settimana si dimenticò anche di fargli una telefonata. Una notte la madre la chiamò e le disse che suo padre era morto. Ricordati di chiamare i tuoi genitori e di far loro sapere che ti mancano". 

Ora:
- questa cosa che voi chiamate arte contemporanea a casa mia si chiama seccia e non si fa, Yingmei. 
- Yingmei non sa che da quando ho lasciato casa dei miei a 18 anni, sento religiosamente mia madre tra le 3 e le 5 volte al giorno;
- religiosamente significa che, se non dovessi rispondere a due telefonate di seguito, inizierebbe le chiamate di emergenza sfogliando le liste di miei amici e conoscenti, divisi per città di residenza;
- che nonostante quanto sopra, soffro da 20 anni del senso di colpa perenne di chi non vive vicino ai propri genitori, quindi non c'era poi bisogno di infierire.
In questi 20 anni di vita lontano da casa non ho mai lasciato un litigio con mamma e papà durare più di un giorno: "E se poi non avessi mai più la possibilità di far pace?". Ho provato a organizzare le vacanze in base ai loro compleanni. E quando non ho potuto, ho guardato con il magone foto di feste a cui non c'ero. Gli ho dedicato molti "natali con i tuoi", ma anche qualche "pasqua con chi vuoi". Ho registrato video messaggi di auguri e di buonanotte. Ho inviato lettere di scuse e email di richieste di aiuto (che in questo caso non ci si può affidare ai tempi delle Poste). Ho fatto brutti sogni che gli hanno allungato la vita. Ho avuto brutti pensieri che forse hanno accorciato la mia. Ho ricevuto pacchi pieni di caffè e di amore e ho riempito valigie di regali e sensi di colpa.

Poi i miei genitori sono diventati nonni, e a quel punto qualcosa è cambiato. La mia paura non è più stata quella di non esserci quando se ne andranno, ma quella che loro non ci sarebbero stati mentre mia figlia veniva al mondo, quando sorrideva per la prima volta o diceva la prima parola, quando iniziava a gattonare, camminare, correre, schiantarsi negli alberi col monopattino. La mia paura è stata quella che mia figlia non li vedesse abbastanza da sapere che quelli erano i suoi nonni. 

Quindi sono iniziate le chiamate su FaceTime: "Mamma devi accendere il wifi sennò non funziona". Le chat su Whatsapp per mandare i video e le foto delle tappe mancate che si misurano in giga di memoria occupati: "Ho il telefono pieno, come faccio? Ma non le voglio cancellare". Le rivendicazioni multimediali: "oggi non mi hai mandato neanche un video, mandami almeno una foto". Le chiamate a papà su Skype mentre è a lavoro e ci tocca sentirci le telefonate che riceve dai suoi clienti (o da mia madre). Abbiamo attaccato foto su tutti i muri da guardare ogni volta che ci si sveglia con la nostalgia: "I wanna go nonni's house". Abbiamo scaricato la app di Tango per videochiamate senza wifi, ma mamma ancora non ha imparato a far rientrare la sua faccia nello schermo per cui spesso parliamo col lampadario della sua cucina. 

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Ci sono giorni in cui questo basta a tutti, in cui riusciamo persino a raccontarci e baciarci e abbracciarci attraverso questi piccoli schermi. Ed altri in cui la realtà è troppo più vicina e avvincente per perdere tempo davanti ad un telefono o a un iPad. In questi giorni, wifi o no, la connessione non c'è, e allora per ristabilirla prendiamo aerei come se fossero taxi, con bagagli sempre più leggeri e cuori sempre più pesanti. E una volta atterrati da quell'altra parte ci sono questi due ad aspettarci agli Arrivi con le farfalle nello stomaco, due nonni che aspettano solo di essere riconosciuti. A volte si portano un ovetto di cioccolata per essere sicuri di conquistarla, ma per fortuna basta un sorriso per scoprire che non ce n'è bisogno. (E'chiaro che poi glie lo danno lo stesso)._TIW

 

Faraway grandparents: love is a wifi connection

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Yingmei Duan is 10 years older than me, Chinese and chose to become an artist so that she wouldn't have to speak with people at work. On the other hand, I - who end up talking to whoever sits next to me on a train, plane, tube, bus and bus stop - have very little in common with Yingmei.

After all we don't know each other, we only met once at the Hayward Gallery 4 years ago. I had just moved from Milan to London a couple months earlier. She was "performing" squatted down on a log, in a room that had been turned into a wood, that I entered by crawling through a door as tiny as the one in Wonderland. I freaked out looking at this little Chinese woman curled up in her black hair. While swearing at the friend that convinced me to go in and turning around to walk out, Yingmei got up and started walking straight at me. She didn't say a word, of course, and gave me a folded piece of paper.

"A Korean friend of mine that lived 3 hours away from her parents had been saying for a whole year that she wanted to go to visit them but never managed to. For a whole week she even forgot to phone them. Then one night her mum phoned her and told her that her dad had died. Remember to call your parents and to tell them that you miss them".

Now:

- this thing that you call contemporary art, I call it jinx. And it's not nice, Yingmei.
- Yingmei clearly doesn't know that since moving out of my parents house, when I was 18, I speak to my mum religiously AT LEAST 3 to 5 times a day;
- religiously means that if I miss two of her phone calls she starts phoning my friends that she keeps on lists divided by city of residence;
- for 20 years now I have felt guilty, like all whom live away from their parents, so there was no need to be pitiless Yingmei.

For 20 years away from my parents I never let a quarrel amongst us last more than a day: "What if I won't ever have the chance to make it up?". I tried to organise my holidays around their birthdays. When I couldn't, I looked at photos of parties that I missed. I tried to spend a balanced number of Christmas days and Easter days with them. I recorded greetings and good night video messages. I sent letters to apologise and emails to ask for help (understandably I couldn't rely on the Mail service timing). I had bad dreams that made their lives longer. I had bad thoughts that maybe made mine shorter. I received parcels full of coffee and love, I packed suitcases with presents and guilt trips.

Then my parents became grandparents and something has changed. My fear of not being there when they will leave this world become the fear of them not being here when my daughter was coming into the world, when she smiled for the first time, started to crawl, walk, run and crashing her scooter against a tree. My fear was she wouldn't see them enough to recognise them as her grandparents.

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So we started the FaceTime calls: "You need to switch on the wifi or it won't work mum". The chats on Whatsapp to send videos and photos of Mia's milestones that they miss, that can be measured in Gigs of memory. "My phone memory is full, what can I do? I don't want to delete them!". The multimedia demands: "today you didn't send me a single video, send me a photo at least". The video calls to my dad on Skype while he's at work were we have to witness his phone calls with clients (or with my mother). We put photos on every wall to look at them every time we awake with nostalgia:  "I wanna go nonni's house". We downloaded the app Tango to video call without wifi, but mum hasn't learned (yet) how to fit her face on to the screen so we usually talk to her kitchen lamp.

There are days when this is enough; we even manage to tell each other stories, to kiss and hug through tiny screens. And there are days when the real world is just much closer and much more interesting than talking to an iPad. On these days, with or without wifi, there is no real connection, and the only way to resume it is to jump on planes as if they were taxis, with luggage that gets every time lighter and hearts that get heavier. On the other side, when we finally land, waiting for us at the Arrivals are these two grandparents. All they want is to be recognised. Sometimes they bring a chocolate egg to make sure they will conquer her, but then she smiles as she sees them and they know she doesn't need the egg (but always give it to her anyway)._TIW

 

Abuelos lejanos: el amor es una conexión wifi

Yingmei Duan es mayor que yo de 10 años, es china y ha elegido ser una artista ya que es uno de los pocos trabajos que le permite NO tener que hablar con la gente. Así que yo - que acabo (de malas ganas) hablando con cualquiera que se siente a mi lado en tren, metro, avión, autobús y parada de autobús - tengo muy poco en común con Yingmei.

Ni nos conocemos, a parte de aquella vez que coincidimos en la Haywart Gallery, hace 4 años. Yo acababa de mudarme de Milán a Londres. Ella estaba de cuclillas sobre un tronco, en una habitación transformada en un bosque a la que se tenía acceso a través de una pequeña puerta como la del País de las maravillas. Me acojoné un poco por el efecto entre The Ring y Twin Peaks de esta pequeña china envuelta en sus cabellos negros y, mientras maldigo el amigo que me había convencido a pasar por aquella minúscula puerta, estoy por darme la vuelta e irme cuando Yingmei se levantó y vino hacia mí. No me dijo nada, solo me puso una nota doblada en la mano.

"Una amiga coreana vivía a 3 horas de coche de sus padres. Desde hace un año decía que quería ir a verles, pero nunca conseguía ir. Durante una semana olvidó hasta de telefoneares. Luego una noche la madre la llamó diciéndole que su padre había fallecido. Recuerda llamar a tus padres y decirles que les echas de menos".

Dicho eso:
⁃ esta cosa que ustedes llamáis arte contemporáneo en mi casa se llama tontería. Y no se hace, Yingmei;
⁃ Yingmei no sabe que desde que salí de casa de mis padres con 18 años, hablo religiosamente con mi madre entre 3 y 5 veces al día;
⁃ Religiosamente significa que, si no pudiera contestar a 2 llamadas seguidas, empezarían la llamadas de emergencia mirando las listas de amigos y conocidos catalogados por ciudad de residencia
⁃ Que no obstante lo dicho, sufro desde hace 20 años el constante sentido de culpabilidad proprio de los que viven lejos de sus padres así que no hacía falta recordármelo.

En estos 20 años de vida lejos de casa nunca he dejado que una pelea con mis padres durara más de un día: "y si no tuviera la posibilidad de hacer las paces nunca jamás?". He intentado organizar mis vacaciones basándome en sus cumpleaños. Y cuando no lo he conseguido he mirado con tristeza fotos de fiestas en las que yo no estaba. He alternado las "Navidades en familia" con las "semanas santas con quien quieras" según el dicho. He grabado vídeo mensajes de felicitaciones y buenas noches. He enviado cartas de disculpas y correos electrónicos pidiendo ayuda ( ya que en estos casos una no puede confiar en los plazos de entrega de Correos). He tenido pesadillas que le han alargado la vida. He tenido malos pensamientos que probablemente han acortado la mía. He recibido paquetes llenos de café y de amor y he rellenado maletas de regalos y sentimientos de culpabilidad.

Luego mis padres han sido abuelos y ahí es cuando ha cambiado algo. Mi miedo ya no era el de no estar presente cuando se irían para siempre , si no que ellos no iban a estar mientras mi hija venía al mundo, cuando hiciera su primera sonrisa o dijera su primera palabra, cuando empezara a gatear, caminar, correr, estrellarse contra un árbol con su monopatín. Mi miedo ha sido de que mi hija no les viera lo suficiente para saber que ellos eran sus abuelos.

Así que han empezado las llamadas con FaceTime: "mama, tienes que encender la wifi para que funcione". Los chat de WhatsApp para enviar vídeo y fotos de las etapas no compartidas que se miden en giga de memoria ocupada: "mi teléfono está lleno, que hago? Pero no quiero borrarlos". Las reivindicaciones tecnológicas: "hoy no me has enviado ni un vídeo, envíame una foto más que sea". Las llamadas con Skype a papá mientras trabaja y nos obliga a escuchar las llamadas que recibe de sus clientes ( o de mi madre). Tenemos fotos colgadas en todas las paredes para mirarlas cada vez que nos despertamos con nostalgia: "I wanna go nonni's house". Nos descargamos la aplicación de Tango para vídeo llamadas sin wifi, pero mamá todavía no ha aprendido a poner su cara dentro de la pantalla así que a menudo hablamos con la lámpara de su cocina.

Hay días en que esto es suficiente para todos, en los que hasta conseguimos contarnos y besarnos y abrazarnos a través de estas pequeñas pantallas. Y otros en los que la realidad es demasiado cercana e irresistible para perder tiempo en frente de un iPad. En estos días, con o sin wifi, no hay conexión y entonces para volver a establecerla cogemos aviones como si fueran taxi, llevando maletas siempre más ligeras y corazones más pesados. Y al otro lado están dos abuelos esperándonos en la terminal de llegadas, que en realidad no esperan otra cosa que ser reconocidos. A veces traen un huevo de chocolate para conquistarla, pero por suerte es suficiente una sonrisa para descubrir que no hace falta. (por supuesto que el huevo se lo dan de todas formas)._TIW

 

May 31, 2016 /Daria Simeone
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Con Frens e Linda 

Con Frens e Linda 

Quello che i corsi pre-parto non dicono: ci vorrebbe un amico

May 23, 2016 by Daria Simeone

Dieci giorni fa sono andata al corso pre-parto dal quale l'ostetrica mi aveva arbitrariamente escluso perché, "dopo aver partorito una volta, dovresti già sapere quello che ti aspetta". Ma dal momento che la mia prima volta è stata a Londra e la seconda sarà a Barcellona, e considerando che parlo lo spagnolo aggiungendo una S alla fine di ogni parola italiana, ho ben pensato di andare ad imparare almeno come si dice: "spingi", "fatemi un'epidurale cazzo!", "aiuto" e "ok, allora fatemi un cesareo".

Le mie compagne di corso sono poco più che ventenni e sono fondamentalmente delle entusiaste: "Ma come si distinguono le contrazioni del parto dai movimenti fetali?" ha chiesto una. Insomma c'era grande ottimismo in quella stanzetta del centro civico della Barceloneta che si affaccia sul mare.
Le primipare si sono emozionate assai quando l'ostetrica ha descritto la caduta del "tappo" vaginale come IPOTETICO inizio del parto; non sanno che da quel momento potrebbero trascorrere 7-10 giorni a cercare inutilmente di provocarsi il travaglio mangiando curry e ananas, bevendo infusi di foglie di lampone alternato a Gaviscon e facendosi venire le emorroidi saltando col culo sulla palla per pilates.
Sorridono innamorate quando vedono le illustrazioni che spiegano come il compagno massaggerà i loro fondoschiena durante le contrazioni: "ecco tutto quello di cui ho bisogno - dicono - l'anestesia giammai"; non immaginano di quando vorranno barattare il compagno e anche la loro madre per un'epidurale ben assestata.
Mostrano una curiosità entusiasta persino quando l'ostetrica ci fa vedere foto raccapriccianti del famigerato "massaggio del perineo", quello secondo cui periodicamente, con l'aiuto di entrambi i pollici, dovremmo far fare stretching al nostro organo riproduttivo. Per carità, la mia amica Giulia (a cui ho messo un nome di fantasia perché credo non le faccia piacere essere immaginata nell'azione di pollice di cui sopra) mi ha assicurato che a lei è servito a non avere un'episiotomia. Ah ecco, l'unico momento in cui le primipare mostrano sincero sgomento è quando l'ostetrica sommessamente ammette che potrebbero subire un taglio dal pube al buco del culo.

Con Pier e la Guiness al pub

Con Pier e la Guiness al pub

Ma da questo corso pre-parto mi sarebbe servito sapere altro. Quello che una mamma (io) direbbe a una futura mamma (sempre io). Ad esempio:

Antonietta e Mia

Antonietta e Mia

- butta nel cesso il piano di parto hippie in cui prometti di usare come unico antidolorifico l'acqua della vasca da bagno e l'aroma terapia. Si vincesse almeno una medaglia, un viaggio, un motorino, una batteria di pentole;
- che allattare è molto bello - dopo le prime due settimane di strazio - ma se non lo fai tuo figlio campa felice lo stesso;
- che appena arriverà questa nuova piccola persona nella tua vita, nella tua casa e nel tuo letto, forse ti domanderai: "e adesso che faccio cazzo?". Ed è normale così, saranno gli ormoni che lasciano troppo velocemente il tuo corpo, sarà la paura di non essere grande abbastanza da essere madre quando ci si sente ancora figlia, sarà che hai solo bisogno di un abbraccio.
- e non sottovalutare il bisogno, oltre che di un abbraccio, anche di una teglia di pasta al forno da dividere in porzioni e mettere in freezer perché per una settimana non avrai voglia e tempo di cucinare. Quindi quando la tua amica Lilly te la porta, non fare i complimenti: accetta e abbraccia anche lei. Ti ha fatto un regalo preziosissimo. Se a 'sto giro me la fa per 2 settimane ancora meglio.
- che la maternità non ti trasforma in un supereroe, quindi fatti aiutare. Conta sugli amici. Su quello scassacazzi di Daniele che, il giorno dopo il parto, ti è venuto a portare i fiori ma anche a parlare di lavoro per riportarti con i piedi per terra; su Linda e Frens che hanno mollato i loro pupi per venire a farti vedere la posizione del bimbo-missile che fa passare le colichette; su Jay con cui hai messo Mia nel marsupio per la prima volta, dimenticando di allacciare la cintura di sicurezza; su Rosanna che quando l'hai chiamata per dirle "vorrei mollare tutto e scappare" ti ha detto "tranquilla, l'ho pensato pure io. Respira"; su Antonietta e Gabriella che ti hanno aiutato a portare il passeggino giù per le scale e a salire sul bus; su Dita che ti ha insegnato la posizione palla da baseball per allattare; su Pier con cui hai bevuto la prima birra post poppata. 
- che bisogna uscire. Quanto prima, col marsupio, col passeggino, anche se a Londra piove, anche se a Barcellona c'è troppo sole. Per re-imparare a fare le cose di sempre con una persona in più nella tua vita.
- che tutti quegli amici a un certo punto non ci saranno - dovranno poi anche tornare a lavorare - e allora magari qualche volta puoi uscire con alcune di quelle entusiaste insopportabili delle tue compagne di corso pre-parto. Non diventeranno necessariamente tue amiche, ma credimi, non sono poi così diverse da te. 

Ps. Ricorda che in fondo anche tu sei stata un'ottimista: tre anni fa, al settimo mese credevi di avere le contrazioni soltanto perché a tua figlia, che sarebbe rimasta nella tua pancia per altri due mesi, era venuto il singhiozzo.

Ps2. L'ostetrica dice cazzate. Anche se hai già partorito non sai mai quello che ti aspetta. Ma pure io, in fondo, sono un'ottimista e sono certa che anche questa volta ti piacerà._TIW

 

What antenatal classes don't tell you: you need a friend

Con Dita

Con Dita

Ten days ago I went to an antenatal class where the midwife automatically excluded me "if you have already given birth once, you should know what to expect". But since my first time was in London and the second time will be in Barcelona, and since I speak Spanish by adding an S to Italian words, I thought I'd go. At least to learn how to say: "push", "give me a bloody epidural!", "help" and "ok, take me to have a c-section".  

A Camden Town con Gabri

A Camden Town con Gabri

My classmates are in their 20s and basically very enthusiastic. "How do you recognise contractions from the baby's movements?" one of them asked the midwife. So, there is a big big optimism in the room in the civic centre of Barceloneta with a sea view.
The primipara got very emotional when the midwife mentioned the "show" that could mean the start of the labor; they don't know that after that, they could spend up to 7-10 days trying, in vain, to trigger their labor eating curry and pineapple, drinking raspberry's infusions and Gaviscon, or bouncing on swiss balls and ending up with haemorrhoids.
They smile in love when they see the illustrations that show how their partners will massage their lower back during labor: "that's all I want - they say - no anaesthetic would be better than this"; but they can't imagine the moment when they would exchange their partner AND their own mother for a good ol' epidural. 
They show an enthusiastic curiosity even when the midwife shows us creepy photos of the so-known "perineal massage", where we should, with the two thumbs, stretch our reproductive organ as much open as possible. Although I have to say that my friend Giulia (name has been changed coz I don't think she would like to be imagined while she works down there with her thumbs) ensured me that the massage saved her from having an episiotomy. Oh, right, the only thing that freaked out the primipara is when the midwife admitted that they could be cut from the pube to the bum hole.

Well, from this antenatal class I would have like to hear something different. Something that a mother (me) would tell a future mother (me again). For instance:

Daniele

Daniele

- throw your hippie birth plan where you promise you will only use the water of the birth pool and aroma therapy as painkillersin the toilet. You won't win any medal, any holiday, not even a moped. 
- breastfeeding - after the first two weeks of absolute pain - it is beautiful, but if you don't feel like doing it it's ok, your child will live a happy life anyway; 
- as soon as this little person will come into your life, your home, your bed, you will think: "Shit! what the hell am I going to do now?". That's ok, maybe the hormones are leaving your body too quickly, maybe you are afraid that you are not big enough to be a mother while you still feel like a daughter, or you might just need a hug. 
- don't underestimate the need, not just of a hug, but also for a tray of baked pasta that you can slice in portions and put into the freezer to eat it for a whole week. So when your friend Lilly brings it to you don't pretend you don't need it. Accept it and hug her tight. She just gave you a very precious gift. 
- motherhood doesn't make you a superhero, so let people help you. Count on your friends. On Daniele, that the day after you gave birth brought you flowers but also talked to you about work to bring you back to reality; on Linda and Frens that left their babies at home to come to visit you and teach you the baby-missile position that helps with the colics; on Jay that helped you putting Mia in a sling for the first time (forgetting the security belt); on Rosanna that when you phoned her to tell her "I'd just run away" told you "don't worry, I thought the same. Just breath"; on Antonietta and Gabriella that helped you taking the pushchair down the stairs and get on the bus; on Dita that taught you the baseball position to breastfeed; on Pier that took you to the pub for a beer;
- that you need to go out. As soon as possible, with the sling or the pushchair, even if, in London, it's raining, even if, in Barcelona, the sun is too hot. To re-learn how to do the usual things, now with a new person in your life. 
- that all of those friends at some point won't be there for you - they surely need to go back to work - so maybe you could also go out, sometimes, with those unbearable antenatal classmates. They won't become your friends necessarily, but trust me, they are not so different from you.

Ps. Remember, you have been an optimistic as well: 3 years ago, when you were 7 months pregnant, you thought you were in labor just because your baby - that was going to stay in your stomach for 2 more months - had hiccup. 

Ps2. The midwife talks crap.  Even if you have already given birth, you never know what to expect. But I'm an optimistic too and I'm pretty sure that this second time you will love it again._TIW

 

 

Lo que las clases de preparación al parto no cuentan: te va a hacer falta un amigo

Hace diez días fui a las clases de preparación al parto aunque la matrona me había automáticamente excluida ya que "habiendo ya dado a luz, deberías saber lo que te espera". Pero visto que mi primera vez fue en Londres y la segunda en Barcelona, y teniendo en cuenta que mi español se limita a añadir una S al final de palabras italianas, me he decidido en ir sea solo para aprender cómo se dice: "empuja", "ponme la jodida epidural", "ayuda" y "vale , háganme la cesárea". Mis compañeras de clase son unas veinteañeras y encantadas con todo: "Y como podré distinguir las contracciones de los movimientos fetales?" ha preguntado una de ella. Vamos que había un gran optimismo en aquella habitación del centro de la Barceloneta con vistas al mar. Las primiparas se han emocionado mucho cuando la matrona ha descrito la pérdida del tapón vaginal como HIPOTETICO comienzo del parto; no saben que desde ese momento podrían pasarse 7-10 día buscando inútilmente la manera de provocarlo comiendo curry y piña, tomando infusiones de hojas de frambuesa alternadas al Gaviscon para la acidez de estómago y con almorranas causadas de tanto saltar con el culo sobre la pelota de pilates. Con una sonrisa enamorada miran las imágenes que explican cómo su pareja le dará masajes en la espalda durante las contracciones: "esto es todo lo que necesito - afirman - la anestesia de ninguna manera"; no prevén de cuando querrán intercambiar su pareja y su misma madre por una epidural bien clavada. Su alegre curiosidad sigue en pie hasta con las espeluznantes fotos del masaje del perineo, aquel que con el ayuda de ambos pulgares debería ablandar y estirar nuestro órgano reproductivo. Por supuesto que mi amiga Giulia (nombre de fantasía porque creo que no le apetezca ser imaginada mientras hace trabajar sus pulgares) me ha asegurado que hacerlo le ha permitido no sufrir una episiotomía. Ah si, el único momento en que las primiparas muestran verdadero agobio es cuando la matrona admite que podrían hacerle una raja desde arriba hacia abajo. Pero al acabar la clase, hubiera necesitado saber otras cosas. Aquello que una madre (yo) diría a una futura madre (otra vez yo). Por ejemplo: ⁃ tira al retrete tu plan de parto hippies en el que prometes usar como único analgésico el agua de la bañera y la aroma terapia. Ni que ganáramos una medalla, un viaje, una moto, una batería de cocina; ⁃ Que amamantar es muy bonito - después de pasar dos semanas horribles - pero si no lo haces tu hijo vivirá igual de feliz; ⁃ que cuando llegará esta pequeña criatura a tu vida, en tu casa y en tu cama, probablemente te preguntarás: "y ahora que coño hago?". Y esto es normal, es por las hormonas que dejan tu cuerpo demasiado rápidamente, es por el miedo a no ser bastante grande para ser madre cuando aún te sientes hija. O será porque únicamente necesitas un abrazo. ⁃ Y no subestimes la necesidad, además del abrazo, de una bandeja de pasta al horno dividida en porciones para congelar ya que durante una semana no tendrás ni ganas ni tiempo de cocinar. Así que cuando tu amiga Lilly te la trae no hagas cumplidos: acéptala y abraza a ella también. Te acaba de hacer un regalo muy valioso. Y si esta vez me la hace para que dure 2 semanas, aún mejor. ⁃ Que la maternidad no te transforma en un superhéroe así que deja que te ayuden. Cuenta con los amigos. Con aquel pesado de Daniele que, al día siguiente de dar a luz, vino a traerte un ramo de flores pero también vino a hablarte de trabajo para que pusieras los pies en la tierra; cuenta con Linda y Frens que dejaron sus peques para ir a verte y enseñarte la posición del bebé-cohete que resuelve los cólicos del lactante; cuenta con Jav con el que por primera vez pusiste Mía en la mochila canguro olvidándote de amarrarla; cuenta con Rosanna que cuando la llamaste para decirle "me gustaría dejarlo todo y huir" te ha contestado "tranquila, yo también lo pienso. Respira."; con Antonietta y Gabriella que te han ayudado a bajar el carro por las escaleras y a subir al bus; con Dita que te ha enseñado la posición pelota de rugby para amamantar; con Pier con el que bebiste la primera cerveza post parto. ⁃ Que debes salir. Cuanto antes, con la mochila canguro, con el carro, aunque en Londres llueva, aunque en Barcelona haga demasiado sol. Para volver a aprender a hacer las cosas cotidianas con una persona más en tu vida. ⁃ Que todos esos amigos no estarán siempre - tendrán que volver a trabajar - y entonces alguna vez podrás salir con algunas de aquellas insoportablemente entusiastas de tus compañeras del curso prenatal. No necesariamente serán tus amigas, pero créeme, no son tan diferentes de ti. ⁃ P.S. Recuerda que en el fondo tú también has sido una optimista: hace tres años, al séptimo mes de embarazo, creías tener contracciones solo porque tú hija, que iba a quedarse dos meses más en tu barriga, tenía hipo. ⁃ P.S.2. La matrona dice tonterías. No obstante hayas dado a luz una primera vez, nunca sabes lo que te espera. Pero yo también en el fondo soy optimista, así que estoy segura que también esta vez te gustará._TIW

May 23, 2016 /Daria Simeone
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Nel nome del padre, del nonno, di Allah e della Catalogna

April 13, 2016 by Daria Simeone

Mia, ti piace il nome Viola per la sorellina?
No, pink!
Ah ok, e Marley?
Sì sì! E' il papà di Nemo!

Interpellare tua figlia duenne per decidere il nome di sua sorella non è una buona idea. Soprattutto se sei avellinese, fidanzata con un anglo-arabo e ti sei appena trasferita a Barcellona e quindi nella scelta sono già più o meno coinvolti soggetti provenienti da Londra-Regno Unito, Khartum-Sudan, Barcellona-Catalogna, Avellino-Irpinia e mamma da Benevento.

Se volessimo tenerci sul nome italiano: Viola diventerebbe Biola per i catalani e Vaiola per gli inglesi; se volessimo tenerci sull'arabo: Aia diventerebbe una cotoletta di pollo per gli avellinesi; se volessimo tenerci sull'inglese: Marion diventerebbe Mario per mia madre. E se volessimo omaggiare la nostra nuova patria catalana con un Gal·la tutti gli altri sarebbero estremamente confusi dal puntino. Per questo ci eravamo augurati che fosse maschio, perché avevamo già deciso che si sarebbe chiamato Ziggy, nel nome di Bowie e senza minimamente tener conto di quanto lo avrebbero preso per il culo a scuola e poi PER SEMPRE.

Con la prima figlia ci siamo tenuti due nomi fino alla fine, Mia e Andrea, dopo aver scartato Bianca perché rischiava di non esserlo, Uma perché col cognome Makki avrebbe formato quasi un Uramaki, e Nina perché nell'appello a scuola sarebbe diventata MakkiNina. La scelta di Mia, alla fine, è stato un golpe sacrosanto attuato mentre io ero in anestesia totale. Questa volta viaggiamo con una lista di oltre 20 nomi, di cui il 70 per cento impronunciabili. Una lista, per intenderci, che inizia con Mabel e finisce con Talita. La parte più faticosa è reggere il confronto col mondo esterno che ci chiede il toto-nomi.

Il Sudanese che si aspetta un nome arabo.
Makki senior: "A me piace Zara".
Io: "Anche a me, soprattutto coi saldi".
Il nonno sudanese non l'ha presa benissimo quando ha saputo che avevamo scelto il nome Mia che in arabo vuol dire "cento". A lui piaceva Nadia (Nadiyyah, delicata) che è stato infatti messo come secondo nome con virgola e che secondo me, comunque, è russo. Questa volta il Sudanese ha deciso di muoversi in anticipo, proponendo un nome il giorno stesso in cui abbiamo saputo che era femmina. Zara, che in arabo vorrà anche dire principessa, ma in avellinese, catalano e beneventano è il nome del mio guardaroba autunno/inverno e primavera/estate. Quindi ho provato a spiegarglielo, non sono del tutto sicura che mi abbia creduto. 

Gli inglesi. Quelli che di solito chiamano i figli Mela, Cavolo e Estate.
"Bellissimo Marley!".
Mettere nomi che non sono nomi ma frutti, verdure, stagioni, colori, cognomi e punti cardinali è sempre stata una passione degli anglofoni. Per cui l'idea di chiamarla Marley è stata accolta con enorme entusiasmo dagli inglesi. Compresa Mia che crede sia il nome del padre di Nemo (al secolo Marlin). La tentazione di un nome esotico aveva quasi conquistato anche me. Mi faceva sentire un po' come Gwyneth, mamma di Mela, o come Kim, madre di Nord-Ovest. Con questa Marley, che fa un po' Bob Marley, ma anche un po' cane di Jennifer Aniston e Owen Wilson. 
 

Gli italiani a Barcellona. Ovvero i reazionari.
"Marley fa cagare, mica è un nome!".
Gli italiani che stanno a Barcellona sono cosmopoliti, cittadini del mondo, giovani dentro, viaggiatori, poliglotti. Ma col cazzo che chiamerebbero mia figlia Marley. 
"Ok e allora Lola?" propongo.
"Mah, guarda che Lola anche è molto eccentrico per noi eh, è impegnativo. Cioè alla fine Lola è Lolita, un po' una zoccola per dircela tutta. Che ne dici di Michela?". (Questa era Michela).

Gli italiani in collegamento dall'isola di Reunion.
"Hai deciso per il nome?"
"No"
"Comunque secondo me Carlotta va benissimo" (Questa era Carlotta).

Mia madre. 
"Ho letto che Maya Sansa ha chiamato la figlia Talita"
Io: "Maya chi?"
"Guarda che non è male, sempre meglio di Nausica che può piacere solo a tuo padre".

Gli italiani in collegamento dalle isole Canarie.
"Talita? Sì, e Tiscesa".

Abbiamo tempo. Ricominciamo tutto d'accapo, dal primo nome della lista. Mabel, per il quale abbiamo già registrato tre pronunce diverse "Maibl" (l'anglo-arabo), "Màbel" (io), "ué Mabbèl" (mamma)._TIW

 

In the name of the father, grandfather, Allah and Catalunya

Mia, do you like to name your little sister Viola?
No, pink!
Ah ok, how about Marley?
Yes yes! Like Nemo's dad!

It is not a good idea to ask your 2 years old daughter to decide her sister's name, especially if you are from Avellino, your boyfriend is British-Arab and you just moved to Barcelona. Which all means the people involved in the decision are too many and too diverse coming from London-United Kingdom, Khartum-Sudan, Barcelona-Catalunya, Avellino-Irpinia and my mum from Benevento.

If we want to stick to an Italian name: Viola would become Biola for the Catalans and Vaiola for the English; if we choose the Arab: Aia (Aiah) would be a chicken schnitzel brand for the Avellinesi; if we pick an English name: Marion would become Mario for my mother. And if we decide to celebrate our new Catalan homeland with Gal·la all the others would be extremely confused by the dot. That's why we wanted it to be a boy, because we already knew he was going to be named Ziggy, in the name of Bowie. Who cares if his classmates and THE WHOLE WORLD would have taken the piss out of him.

With our first daughter we had two names until the birth, Mia and Andrea, after discarding: Bianca ("white" in Italian) because she might have not been so white, Uma because followed by the surname Makki would have sounded like uramaki, and Nina because at school Italian teachers would call her Makki Nina (little car). This time we have a list of over 20 names, 70 per cent of which are hard to pronounce. A list that starts with Mabel and ends with Talita. The hardest part is to confront everyone and ask for there blessing.

The Sudanese that wants an Arab name.
Makki senior: "I love Zara".
Me: "Me too, especially during the sale".
The Sudanese grandfather didn't take it too well when he found out we named our first child Mia, "one hundred" in Arabic. He liked Nadia (Nadiyyah, delicate), that became Mia's middle name. This time the Sudanese put down his favourite name first, on the same day we found out it was a girl. Zara, that in Arabic means princess, ok, but in Italian and Catalan it is basically the name of my wardrobe, Fall/Winter and Spring/Summer. I've tried to explain it to him but I'm not sure he believed me.

The British. Those who call their children Apple, Kale and Summer.
"Beautiful Marley!".
English speakers love to give names that are not names but fruits, vegetables, seasons, colours, cardinal points. So the idea of naming our second daughter Marley has been welcomed with great excitement by all the British, included Mia that thinks it is Nemo's dad's name (which is actually Marlin). I've been tempted to give her an exotic name. To feel a bit like Gwyneth, Apple's mum, or like Kim, mother of North West. Marley, that is a bit about Bob Marley, but is also Jennifer Aniston and Owen Wilson's dog. 

The Italians in Barcelona: the conservatives.
"Marley is shit, it's not even a name!".
The Italians that I know in Barcelona are cosmopolitan, citizens of the world, young inside, travelers, multilingual. But, hell no, they wouldn't call my daughter Marley. 
"Ok how about Lola?" I try.
"Well, look Lola is quite exotic too for us, it's not an easy name. Lola is too close to Lolita, which was a bit of a slut. How about Michela". (This was Michela).

The Italians phoning from the Reunion island.
"Have you picked a name yet?"
"No"
"Anyway, I think Carlotta is very nice" (This was Carlotta).

My mother. 
"I've read that the actress Maya Sansa named her daughter Talita"
Me: "Maya who?"
"Look it's not too bad, for sure is better than Nausica, only your father likes it".

The Italians phoning from the Canary islands. 
"Talita (sounds like Salita: uphill)? Yeah, why not Tiscesa (sounds like Discesa: downhill)". (See, you can't even translate jokes about names).

We've got time. Let's start from the beginning, from the top of the list. Mabel, for which we have already registered 3 different pronunciations: "May-bull" (the British-Aarab), "Mà bell" (me), "ué Mabbèl" (mum)._TIW

En el nombre del padre, del abuelo, de Allah y de Cataluña

- Mia te gusta el nombre Viola para la hermanita?
- No Pink!
- Ah vale y Marley?
- Si, si, es el padre de Nemo!

Preguntarle a tu hija de dos años que nombre ponerle a la hermana no es exactamente lo que se dice una buena idea.
Sobretodo si vienes de Avellino, tu pareja es anglo-árabe y acabas de mudarte a Barcelona, así que en la elección ya están mas o menos incluidos gente de Londra-Reino Unido, Khartum-Sudan, Barcelona- Cataluña, Avellino- Irpinia y mamá que es de Benevento.
Si quisiéramos elegir un nombre italiano entonces Viola se transformaría en Biola para los catalanes y Vaiola para los ingleses;
si nos decidimos para el nombre árabe, Aia, se transformaría en una empanada de pollo en Avellino (es el nombre de una famosa empresa de productos de carne); si quisiéramos el nombre ingles, Marion se transformaría en Mario para mi madre.
Y si quisiéramos homenajear nuestra nueva patria con Gal·la, crearíamos una total confusión a todos los demás por el punto en el medio.
Por eso habíamos deseado un varón, ya habíamos decidido que iba a llamarse Ziggy, en nombre de Bowie y sin considerar en absoluto que iban a reírse de él en el colegio y PARA SIEMPRE.
Con la primera hija hemos barajados 2 nombres hasta el final, Mia y Andrea, después de descartar Bianca (Blanca) ya que había el riesgo que no lo fuera, Uma porque con el apellido Makki iba a sonar como Uramaki, y Nina ya que en el registro del cole se habría transformado en MakkiNina (cochecito en italiano).
La elección de Mia al final ha sido un golpe maestro hecho mientras yo estaba en anestesia total.
Esta vez en cambio tenemos una lista con mas de 20 nombres, con un 70% de ellos que no se pueden ni pronunciar, Un listado que empieza con Mabel y acaba con Talita. 
La parte mas difícil es aguantar el mundo exterior que pide a voces cual será el nombre de la niña.

El sudanés que espera un nombre arabo.
Makki senior: "Me gusta Zara".
Yo: "A mi también, sobre todo en rebajas".
Al abuelo sudanés no le gustó mucho que eligiéramos el nombre de Mia que en árabe significa "cien". él hubiera preferido Nadia ( Nadiyyah, delicada) que de todos modos le pusimos como segundo nombre y que para mi sigue siendo de origen ruso. Esta vez el abuelo ha decidido moverse con antelación proponiendo un nombre el mismo día que supimos que era niña. Ahora yo puedo entender que en árabe Zara significa princesa, pero en avellinese, catalán y beneventano es el nombre de mi guardarropa otoño/invierno y primavera/verano. Así que he intentado explicárselo pero no estoy convencida de que me haya creído.

Los ingleses, los que suelen llamar sus hijos Manzana, Col y Verano.
"Precioso Marley!"
Poner nombres que no son nombres si no frutos, estaciones, colores, apellidos y puntos cardinales, siempre ha sido una verdadera pasión para los anglófonos. Así que la idea de llamarla Marley ha sido acogida con enorme entusiasmo, incluida Mia que cree ser el nombre del padre de Nemo (que en realidad es Marlin). La tentación de un nombre exótico casi me había conquistado, sentirme un poco como Gwineth madre de Manzana, o como Kim, madre de Norte-Este. Marley que es un poco como Bob Marley pero también como el perro de Jennifer Aniston y Owen Wilson.

Los italianos a Barcelona, los reaccionarios.
"Marley es una cagada, ni siquiera es un nombre".
Los italianos que viven en Barcelona son cosmopolitas, ciudadanos del mundo, jóvenes dentro, viajan, son poliglotas. Pero ni de coña van a llamar mi hija Marley.
"Vale, y entonces Lola?"
"Bueno, mira que Lola también es bastante excéntrico para nosotros, al final Lola es Lolita, un poco putilla hablando claramente. Porqué no la llamas Michela?" (eso lo dijo Michela).

Los italianos en conexión desde la isla de Reunión.
"Has elegido el nombre?"
"No"
"Pues para mi Carlotta es perfecto" (esto lo dijo Carlotta).

Mi madre.
"He leído que Maya Sansa ha llamado su hija Talita"
Yo: "Maya quien?"
"Mira que no es feo, mejor que Nausica que le puede gustar solo a tu padre"

Los italianos desde Canarias.
"Talita? Si y Tiscesa". (juego de palabras con Subidas y Bajadas)

Todavía tenemos tiempo. Volvemos a empezar de cero, desde el primer nombre de la lista. Mabel por lo que ya tenemos registradas tres pronunciaciones diferentes: "Maibl" (el anglo-árabe), "Mabel" (yo), "ué Mabbél" (mamá)._TIW

 

April 13, 2016 /Daria Simeone
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Mia/Snow White/Spiderman last Carnival  

Mia/Snow White/Spiderman last Carnival  

Biancaneve ha una sorella e il figlio preferito non esiste: una di queste affermazioni è falsa

April 02, 2016 by Daria Simeone

 

Quando – dopo due settimane di febbre passate a guardare cartoni animati con tua figlia - sai finalmente tutti gli alberi genealogici delle principesse Disney, esce fuori che in realtà non sai un cazzo, e che Biancaneve aveva una sorella, RosaRossa anche detta Rosa La Rossa. E la Disney ha deciso di farci un film in cui La Rossa, insieme ai Sette Nani, prende in mano la situazione dopo il guaio della mela avvelenata, per salvare la sorella. Ora, per quanto mi faccia piacere per Biancaneve, ché una sorella fa sempre comodo soprattutto quando una strega ti avvelena, mi chiedo che motivo c’era di stravolgere una delle mie fiabe preferite.

A quanto dicono RosaRossa, che sicuro è la secondogenita, servirà a portare un po’ di cazzimma nella favoletta, in quanto, a differenza della sorella Biancaneve, La Rossa non è una di quelle che scappa di fronte al pericolo nascondendosi in una casa di nani a fare le pulizie fischiettando, o una che accetta cibo (avvelenato) dagli sconosciuti. Lei è una tosta e quindi cambia la storia.

Tra qualche mese arriva una secondogenita pure a casa nostra, una sorella per Mia a cambiare la nostra storia. Non rovinerà la mia fiaba preferita, ma si prenderà un bel po’ di spazio del mio cuore che prima era tutto per la mia Biancaneve. Potrò mai amare qualcun altro quanto amo mia figlia? La verità è che non lo so, ma visto che si tratta di un'altra figlia immagino di sì. E invece secondo il libro L’enfant préféré, chance ou fardeaui, scritto da due professoresse universitarie francesi che hanno studiato bene il fattaccio, tutti i genitori hanno un figlio preferito, ma non riescono ad ammetterlo, innanzitutto con se stessi. Dall'alto dei suoi tre figli Rossella Boriosi, in un post illuminante, ̶d̶i̶c̶e̶ lascia intendere che il figlio preferito esiste, ma per quanto sia facile ammetterlo quando si è figli (non preferiti), diventa atroce ammetterlo da genitori (che preferiscono).

Quindi ho ragione quando dico a mia madre che la sua preferita è mia sorella Maura, visto che le compra tutti i regali alla gioielleria Rossano. O ha ragione Maura che ha sempre accusato mamma di preferire me, solo perché mi invia pacchi di latte condensato, provolone affumicato, Galatine e caffè Passalacqua ovunque mi trasferisca a vivere?  Mamma, interpellata sull'argomento, di solito ci manda entrambe equamente a fanculo, confermando la teoria francese.

illustration from the fairytale Snow White and Red Rose

illustration from the fairytale Snow White and Red Rose

Io, se posso scegliere, non la voglio una figlia preferita.  Certo, durante la prima gravidanza ho buttato tutti i deodoranti alla lavanda solo perché mi hanno detto che forse facevano male al bambino, mentre questa volta ho inalato serenamente i fumi tossici di due trattamenti anti-pidocchi per disinfestare Mia.
E se tre anni fa mi dicevano che il mio volto incinto emanava luce da tutti i pori, ora quando il mio viso brilla è tutt’al più sudore. E no, non mi scorderò mai di quando ho visto Mia per la prima volta, la sua faccia stropicciata e rugosa, i suoi capelli unti che avrei voluto lavare il primo giorno con shampoo e balsamo per capelli grassi, la pelle screpolata dei piedi e delle mani, il suo naso tumefatto con le narici allargate da pugile. Non era bellissima, ma era la cosa più bella che avessi mai visto.

Adesso, però, non vedo l’ora di fare posto per la nostra Rossa in questo amore assoluto e di vedere i suoi piedi screpolati e la sua faccia stropicciata (sperando in capelli meno unti). Forse, nella nostra fiaba, Biancaneve sarà quella tosta e la Rossa fischietterà facendo le pulizie nella casa dei nani. Poco importa. Quello che mi auguro è di saper riconoscere a chi delle due farà piacere ricevere gioielli e a chi il provolone affumicato, con la certezza che un giorno entrambe mi accuseranno comunque di preferire una all’altra.

Ah e Biancaneve, quella della mela avvelenata, non aveva una sorella. Rosarossa era la sorella di un’altra Biancaneve, in un’altra favola dei fratelli Grimm. Qualcuno lo spieghi ai cazzari della Disney prima che sia troppo tardi._TIW

 

Snow White has a sister and the favorite child doesn't exist:

one of these two statements is not true

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After two weeks of a bad bought of flu spent watching movies with your daughter, when you finally know, off by heart, all Disney princesses and their family trees, it turns out that you really don't know shit, and that Snow White had a sister, Red Rose. And Disney decided to make a film in which Red Rose, along with Seven Dwarves, take charge of a situation to save her sister after she was poisoned by an apple. Don't get me wrong; I am pleased for Snow White because a sister is always handy especially when a witch poisons you, but I do wonder what the reason for spoiling one of my favorite fairy tales was.

Apparently Red Rose, which I think is the second child, is due to bring some girl power into the sweet tale we all know, because, unlike Snow White, she is not one to run away from danger by hiding in a house of dwarves where she cleans up while whistling or one that accepts (poisoned) food from strangers. She is a tough cookie and that's why she changes the story.

In a few months time we will have our own Red Rose. A sister to Mia that will change our story. This one won't spoil my favorite fairy tale, but it will take quite a bit 'of my heart that was reserved, exclusively, for my Snow White. Will I ever love someone else as I love my daughter? The truth is that I do not know but because it's another child of mine, I assume so. Although, according to the book by two French university professors, L'enfant préféré, chance ou fardeaui,  all parents have a favorite child, it's just that they cannot admit it, primarily to themselves. And from the wisdom of having 3 children, Rossella Boriosi, suggests the favorite child exists but it is easy to admit it when you are the (non favorite) child, it becomes atrocious to admit it once you become a parent (that has a favorite child). 

Therefore I was right telling my mother that her favorite was my sister Maura, as she always buys her jewellery. Or is Maura right when she accuses mum of preferring me, just coz she sends me packages of condensed milk, smoked provolone, Galatine and coffee? Mum, when asked, usually tells us both, equally, to fuck off. Confirming the French theory.

If I could choose, I don't want a favorite daughter. Of course, during the first pregnancy I threw out all my lavender deodorant just because they told me that it might hurt the baby, while this time I happily inhaled the toxic fumes of two anti-lice treatments that I used on Mia.
Three years ago everyone told me that I had a glowing face, if my face glows at all now is from sweat. And no, I will never forget when I saw Mia for the first time, her crumpled and wrinkled face, her greasy hair (that I wanted to wash on the first day with shampoo and conditioner for oily hair), the cracked skin of her feet and hands, her swollen boxers nose with extended nostrils. She wasn’t beautiful, but she was the most beautiful thing I had ever seen.

 

But now I can't wait to make room for our Red Rose and to see her cracked feet and her crumpled face (hoping for less greasy hair). Perhaps, in our fairy tale, Snow White will be the tough one and Red Rose will whistle with dwarves? It doesn't matter. I just hope I am able to recognise whom of the two will enjoy receiving jewellery and who will be getting smoked provolone packages, with the certainty that one day both will accuse me of preferring the other.

Ah, and Snow White, that was poisoned by an apple, didn't have a sister. Red Rose was the sister of another Snow White, in another fairy tale by the Brothers Grimm. Someone please explain to Disney before it's too late._TIW

 

April 02, 2016 /Daria Simeone
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Una mamma NON lo sa

February 28, 2016 by Daria Simeone

Martedì sono andata a vedere una scuola per Mia qui a Barcellona, insieme a una ventina di altre mamme sconosciute e qualche padre. A parte il mal di testa che mi sono procurata cercando (invano) di afferrare qualche parola in catalano della direttrice, e a parte aver capito solo che nel giardino della scuola ci sono ben 14 palme, ho passato quell’oretta a fissare alcune delle mamme. A infastidirmi per le loro troppe domande attente. A immaginare vite frustrate, aspettando di iscrivere i figli a scuola per poter far parte di un “comitato di  mamme” e scassare le palle su ogni cagata. 

Ma il punto è che loro, a parte le domande attente che io ovviamente non ho fatto, avrebbero potuto pensare esattamente la stessa cosa di me.
Perché il luogo comune – di cui martedì sono stata colpevole anche io – è che una volta diventate madri alcune donne, un tempo intelligenti, colte e interessanti, diventino una specie di bomba ormonale vagante, reazionarie più del congresso di Vienna, responsabili di crimini contro l’umanità come il bamboccionismo dei figli maschi e la vanità di quelle femmine. Cosa che a volte capita davvero, per carità, soprattutto a quelle di noi che credono troppo nella favola del miracolo della maternità, quelle che si sentono delle prescelte.
Ora, a parte quella santa di Maria Vergine che se l'è visto arrivare letteralmente dall'alto, servirebbe ricordare a tutte noi non-prescelte che il miracolo di cui ci accaniamo a parlare è banalmente un rapporto sessuale completo non protetto in cui uno spermatozoo riesce a fecondare un ovulo. Una roba meccanica più che spirituale, diciamoci la verità. Quindi a occhio e croce direi che la maternità non è un miracolo e neanche un merito, è tutt'al più una libera scelta, quando si ha la fortuna - fisiologicamente parlando -  di poterla fare.
E’ chiaro che se noi mamme ci mettiamo a guardare foto artistiche di parto o a leggere articoli che ci definiscono “guerriere”, ci commuoviamo, ci riconosciamo. Il parto fa un male cane e noi ORA LO SAPPIAMO, ma in realtà lo sapevamo anche prima di partorire. E i figli richiedono sacrifici, ma possiamo anche lottare per smezzarci questi sacrifici in maniera più equa coi padri invece di proclamarci martiri o guerriere e sfracassare le palle al mondo. 

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Io, poi, da quando sono mamma piango anche guardando Alla ricerca di Nemo, persino quando lo guardo 7 volte in una settimana. Ma in fondo sono la stessa che, nella mia vita senza figli, un po’ lacrimava anche sul “Nessuno può mettere baby in un angolo” di Dirty Dancing. Non credo di essere cambiata molto. Continuo persino a non sapere avere a che fare con i bambini, a parte la mia. 
Quindi non mi venite a dire che “una mamma lo sa”. O almeno non parlate pure per me, perché io non lo so. Vi assicuro. E credo che le mamme del "tu non hai figli e non puoi capire" non facciano altro che fomentare un'altra guerra tra donne, di cui non sentivamo affatto la mancanza. Quella tra mamme "prescelte" e non-mamme per-scelta, dove le seconde sono altrettanto responsabili, accusando tutte le madri di aver portato, con il loro entusiasmo materno, la società a non accettare le donne senza figli. "Le madri sguainano le foto dei marmocchi perché non hanno altro di cui gioire" dicono. Oppure "che ne dice delle donne che non parlano d'altro che dei loro figli facendo apparire quelle che non ne hanno delle stronze?" ha chiesto Simonetta Scendivasci de L'Inkiesta a Natalia Aspesi:  "ho amiche che sono madri e nonne e non mi hanno mai parlato di figli e nipoti, pur adorandoli" ha risposto per fortuna la Aspesi. Addirittura ho letto che "le mamme diventano un peso per gli altri lavoratori". E no dai, cazzo! Magari sono i datori di lavoro e le politiche sociali a doversi preoccupare di non far diventare le mamme un peso per gli altri lavoratori. E invece no, ancora una volta il nemico delle donne sono le donne.
Comunque io, nel mio piccolo, alla fine del tour della scuola mi sono avvicinata a quelle mamme-come-me che però avevano fatto le domande attente. Scambiamoci un segno di pace.
-Ciao, allora che vi pare? Mi sembra una bellissima scuola no?
-Sì chiaro, però 14 è davvero troppo poco.
-Ah dici che 14 palme sono troppo poche nel giardino?
-14 posti. Ha detto che ci sono solo 14 posti per nuovi iscritti.
-Ah infatti, sì. Una vergogna._TIW

 

Mother DOESN'T know best

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On Tuesday I went to see a school for Mia here in Barcelona, together with 20ish other mums that I had never met before, and some dads. Besides the headache that I got trying (in vain) to catch some catalan words from what the school manager was saying, and besides that I only understood that in the school garden there are 14 palm trees, I spent that hour observing some of the mums. l felt annoyed by all their mindful questions, I started figuring their frustrated lives, waiting for their children to go to school so that they could join a mums club and bust the balls about everything.

But the truth is that they, except for those mindful questions that I didn't ask,  could have thought exactly the same things about me.
Because the cliche – that sometimes I'm guilty of – is that once they become mothers, some women that before were clever, educated and interesting, become a sort of hormonal loose cannon, more reactionary then the 1815 Wien Congress, responsible of crimes against humanity such as the "bamboccionismo" of mamma's boys and of the futility of the mamma's girls. Sometimes that is true, but mainly for those of us that believe too much in the story of the miracle of motherhood, those who consider themselves as "The chosen ones". 
Now, except for Virgin Mary that actually saw it coming from above, maybe we need to remind to ourselves that for the not-chosen ones the "miracle" is just a simple complete and not-protected sexual intercourse where a spermatozoon managed to fertilise an egg. Something quite mechanical rather then spiritual, let's be honest. So I would say that motherhood is not a miracle or a virtue, is more a free choice, when someone has the luck - physiologically speaking - of being able to make it. 

Very luckily if mothers look at artistic photos of childbirth or read articles that define us as "warriors", we feel moved, we identify with all that powerful stuff. Childbirth is bloody painful and WE NOW KNOW IT, but actually we knew it even before we gave birth. And yes, children require sacrifices, but we could fight to split those sacrifices with the dads in a more balanced way instead of self proclaim ourselves martyrs or warriors and bust the balls to the world. 

Since I am a mother I cry even when I watch Finding Nemo, and sometimes I watch it 7 times a week. But I'm the same person that, in my childless life, used to tear a little bit hearing "Nobody can put Baby in a corner" in Dirty Dancing. I don't think I have changed much. I'm still not good with children, except for my own.
So do not say "Mother knows best". Or at least don't speak in my name, because I don't know best. Honestly. And I believe that those mothers that say "you don't have children so you can't understand" are just feeding another war amongst women that we didn't really need. The war between "chosen" mothers and not-mothers by choice, where the second ones are as responsabile as the first ones, blaming all the mothers if the society doesn't accept childless women, accusing them of "showing off photos of their little ones because they don't have much more to be proud of", or saying that mums only talk about their children, making the other women look like heartless bitches". I even read that "mothers (with their maternity leaves) become a burden for other employees". For God sake, that's bullshit! Employers and social policies should work not to make mothers a burden for other people. Well, nothing new really: once more women are women's worst enemy. 
At the end of the school tour I went to say hello to those mums-like-me that asked mindful questions. Let's make peace, not war.
-Hi, so what do you think? It's a beautiful school, isn't it?
-Yes of course but just 14 is ridiculous.
-Oh you think 14 palm trees in the garden are not enough?
-14 places. The manager said there are only 14 places available to start next year.
-Oh yes, true. What a shame!_TIW

 

 

Una madre NO lo sabe

El martes fui a ver un colegio para Mia aquí en Barcelona, juntos a una veintena de madres y algún padres. Además del mal de cabeza por intentar entender algunas palabras en catalán de la directora y de haber solo entendido que en el jardín del cole hay unas 14 palmeras, he pasado una horita a observar algunas madres. A molestarme por sus preguntas demasiados pertinentes. A imaginar vidas frustradas esperando de inscribir los hijos al colegio para poder pertenecer a un "grupo de mamás" y tocar las pelotas por cualquier tontería.

La cuestión es que ellas, excluyendo las preguntas oportunas que evidentemente yo no puse, hubieron podido pensar exactamente lo mismo de mi. Porque el tópico - del que yo también soy culpable- es que una vez madres, las mujeres un tiempo inteligentes, cultas e interesantes, se transforman en una especie de mina hormonal vagante, reaccionaria más que el congreso de Viena, responsables de crímenes contra la humanidad como el "bamboccionismo" (mimo exagerado) de los hijos varones y la mitomanía de las hijas. Un hecho que, por supuesto, pasa sobretodo para las que creen demasiado en la fábula del milagro de la maternidad, las que se sienten unas elegidas. Y, excluyendo aquella santa de la Virgen María que lo ha sido literalmente, habría que recordar a todas nosotras no-elegidas que el milagro de lo que hablamos es banalmente un acto sexual completo no protegido en el que un espermatozoo consigue fecundar un ovulo. Al fin de cuenta algo mecánico más que espiritual. Así que prácticamente la maternidad no es un milagro y ni siquiera un mérito, al máximo es una libre elección si se tiene la suerte - en el sentido fisiológico- de poder tenerla. No cabe duda que si nosotras vemos fotos artísticas de partos o leemos artículos que nos definen "guerreras", nos emocionamos y nos reconocemos. Parir duele un montón y AHORA LO SABEMOS, pero en realidad lo sabíamos también antes de dar a luz. Y los hijos son fuentes de sacrificios, pero también podemos luchar para compartir esos sacrificios con los padres en lugar de nombrarnos mártires o guerreras para tocarle los huevos al mundo. Desde que soy madre lloro hasta viendo "Buscando a Nemo" y a veces lo veo 7 veces en una semana. Pero en el fundo soy la misma que, en mi vida sin hijos, lagrimaba con el "...No permitiré que nadie te arrincone..." de Dirty Dancing. No creo haber cambiado mucho. Sigo creyendo que no tengo mucha mano con los niños, a parte mi hija. Así que no me digáis eso de "una madre lo sabe". O por lo menos no habléis en mi nombre, porque yo no lo se. Os lo aseguro. Y creo que las madres del "tú no tienes hijos y no puedes entender" no hacen otra cosa que crear otra guerra entre mujeres de la que no sentíamos la necesidad. Esa entre madres "elegidas" y no-madre-por-libre-elección, donde las segundas acusan las primeras de causar, con su entusiasmo de la maternidad, que la sociedad non acepte las mujeres sin hijos: "las madre sacan fotos de sus retoños ya que no tienen otra cosa para sentirse felices" dicen, o "que piensa de las mujeres que hablan exclusivamente de sus hijos haciendo parecer las que no tienen unas cabronas?", pregunta que Simonetta Scendivasci ha puesto en la revista L'Inkiesta a Natalia Aspesi, la cual ha contestado de "tener amigas que son madres y abuelas que nunca le han hablado de sus hijos y nietos no obstante les adoren". Hasta he oído decir que "las madres trabajadoras son una carga para los compañeros". Joder no! Tal vez los que contratan y las políticas sociales son los que se tienen que preocupar de que eso no pase. Pero no, una vez más el enemigo de las mujeres son las mujeres mismas.

En fin, al acabarse el tour en el colegio, me acerco a las madres-iguales-a-mi que habían puesto preguntas pertinentes. Intercambiamos un signo de paz.

⁃ Hola, qué les pareció? Me ha parecido un colegio estupendo, a que si?

⁃ Si por supuesto, pero la verdad que 14 es muy poco

⁃ Ah, crees que 14 palmeras sean pocas para el jardín?

⁃ 14 plazas. Ha dicho que hay solo 14 plazas para los nuevos inscritos.

⁃ Ah si claro. Una vergüenza._tiw

 

February 28, 2016 /Daria Simeone
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